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La ruota del calcio non si ferma mai. Va avanti imperterrita. Si innova, migliora. Magari, nel tempo, perde un po’ di romanticismo per adattarsi alle esigenze di club e tifosi. Eppure basta una data, una semplice data, per arrestare l’incedere di mercato e risultati e fare il punto sui protagonisti di questo sport. Una data - l’11/11/2011 - che è impossibile non ricollegare agli istinti primordiali di chi inventò il ‘giuoco’ per eccellenza (non è un caso che le squadre siano composte da 11 elementi). Ma anche a chi questo ‘giuoco’ lo ha valorizzato: con gol, movimenti, tecnica, fisico, esultanze. Ad esempio lo storico numero 11: quell’attaccante capace di spaccare in due le partite. In altri casi l’ala che non smette di correre e crossare. Un numero che racchiude in sé categorie di fenomeni, ben rappresentante da Fabrizio Ravanelli. ‘Penna Bianca’, come lo ribattezzarono a Torino, ha fatto le fortune della Juve. Grazie a un particolare modo di stare in campo: “Non mi piacciono quelli statici, che nessuno nota se non fanno gol. Io – ha confidato in esclusiva a Sportmediaset.it – non ho mai voluto essere quel tipo di giocatore là”. E’ sua, all’inizio della carriera, l’idea di indossare quella maglia con il numero 11 sulle spalle?
"Sì, è stata una mia scelta. E’ un numero che mi è sempre piaciuto e ha rappresentato per me qualcosa di veramente importante. Quando ho iniziato a giocare a calcio, mi sono reso conto che si addiceva alle mie caratteristiche, quindi non l’ho più mollato (tranne che per un breve periodo alla Lazio, ndr). L’ho tatuato perfino sul mio braccio, l’ho sempre portato con me. Anche nelle esperienze all’estero, in Francia e in Inghilterra".
Nel calcio moderno, però, il suo valore è stato quasi azzerato.
"Con la numerazione dall'1 al 99 è cambiato tutto. La pubblicità, il nome scritto sulla maglia hanno fatto sì che tutti potessero indossarlo: anche un difensore. Si è persa la tradizione di associare all’11 i grandi attaccanti come Riva, Pulici e Bettega. Una volta era la maglietta più ambita: ‘strappare’ quel numero, con la vecchia numerazione, significava poter scendere in campo dall’inizio. Il modo di fare e la mentalità non sono più gli stessi”.
Dietro un numero, però, si celano specifiche caratteristiche tecniche e tattiche. Quali sono state quelle di cui si vanta maggiormente Ravanelli?
“Volevo essere un attaccante moderno, bravo in area di rigore, capace di giocare in modo duro per guadagnarmi il rispetto degli avversari. Ma il mio ruolo non si esauriva qui: alla Juve si aveva la concezione del ‘giocare a tutto campo’ e a me piaceva dare una mano alla squadra, partecipare alla manovra. Anche a Perugia, agli inizi, avevo cominciato a farlo. Non mi piacciono quei giocatori che, quando non segnano, fanno perdere le tracce durante una partita. Non volevo essere un bomber come tutti gli altri”.
Prima Trapattoni, poi Lippi. E’ cambiato il modo di utilizzarla? Si è mai sentito sacrificato?
“All’inizio dovevo mettermi io a disposizione della squadra. Poi cresci, acquisisci esperienza. Se dimostri di essere un giocatore all’altezza è normale che ogni allenatore cerca di sfruttare la tue qualità”.
Tra i numeri 11 più disparati, c’è qualcuno a cui si è ispirato o avrebbe voluto somigliare?
“In effetti no. Non c’era uno che mi faceva impazzire. Quando ho iniziato a giocare a calcio, però, c’era un attaccante che mi piaceva più di tutti: Gianluca Vialli. Alla Samp e alla Cremonese indossava anche il numero 11, nonostante fosse un attaccante un po’ diverso da quello che sarei diventato io. Eppure mi identificavo in lui, cercavo di emularlo. Poi ho avuto la fortuna di giocarci assieme a Torino, di conoscerlo come uomo. Ha preso il 9, io invece ho tenuto il ‘mio’ solito”.
Alla Juve i suoi compiti sono stati facilitati dalla presenza dello stesso Vialli, oltre che di Baggio prima e Del Piero poi. E’ stato difficile trovare l’intesa con questi fuoriclasse?
“Nemmeno per sogno. Giocavamo tutti per una squadra che voleva ottenere grandi risultati, trovarci in campo fu facilissimo. Abbiamo trovato subito l’amalgama, la formula giusta. Ci siamo integrati l’uno con l’altro e i risultati ci hanno premiato”.
Oggi c’è un avaria diffusa di giocatori come lei. Ce n’è uno che vede bene nel suo ruolo e con la sua maglia?
“Dico Ibrahimovic. E’ un giocatore straordinario, unico nel suo genere e poi sta facendo tanti di quei gol... E’ quello in cui mi rispecchio di più, incarna alla perfezione il vero numero 11 moderno”.
In Nazionale, dati i recenti forfait di Rossi e Cassano, si cercano soluzioni per i prossimi Europei. Suggerimenti?
“Di Natale. Credo sia una garanzia. Qualcuno dice che non è di caratura internazionale, ma secondo me non è affatto vero. Continua a dimostrare di far bene in Italia e in Europa con la sua Udinese”.
Il nuovo che avanza porta il nome di Osvaldo e Balotelli.
“Sono due grandi giocatori. Balotelli mi sta molto simpatico, sta maturando. Ha grande qualità e personalità. Osvaldo lo conosco un po’ meno, ma è molto valido. Avranno un grande futuro”.
Lei è tornato alla Juve dopo quindici anni, allenando una squadra di ragazzini. Quali sono le sensazioni e cosa si aspetta dal suo di futuro?
“C’è grande emozione. Ho cercato subito di impormi con disinvoltura, ma non è facile addentrarsi in un ruolo completamente nuovo. Sono un uomo di campo, quando alleni però ti devi comportare in modo completamente diverso rispetto a quando sei dall’altra parte della barricata. Però mi piace, è stata una bella sorpresa. Ora penso solamente a lavorare bene, in futuro sarebbe forte allenare una grande squadra, vedremo…”.
Fabio Il Combattente tramite sportmediaset.it
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