Barzagli: "In Germania fui quasi dimenticato, poi è arrivata la Juve; e con Conte..."

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Andrea Barzagli, vacanze brevi e già finite. Che Nazionale troverà?
«Una squadra che si lascia definitivamente alle spalle l’epoca del Mondiale vinto: rispetto al 2006 siamo rimasti Buffon, Pirlo, De Rossi e il sottoscritto».

E lei è risalito sulla carrozza soltanto sette mesi fa. Dopo l’Europeo in Svizzera, in cui si ruppe anche il menisco, ha mai pensato che questo fosse un treno perso?
«Nel 2008 mi trasferii al Wolfsburg, nel campionato tedesco, e non mi facevo grandi illusioni. Nessuno chiamava e avevo la consapevolezza che giocando in un club non di primolivello come il Bayern sarei stato poco seguito dall’Italia».

Anche se diventò a sorpresa campione di Germania?
«Fu una grande stagione ma il Wolfsburg non interessava a nessuno».

Insomma, senza la Juve lei guarderebbe l’Europeo in tv?
«È ovvio che ha influito molto sulle scelte, soprattutto con una stagione così. Ho fatto bene a tornare».

La cosa che ha sorpreso è che al rientro dalla Germania lei sia più forte di quando ci andò. Come lo spiega?
«C’è la convinzione che un calcio in cui si bada molto all’attacco sia poco formativo per un difensore ma non è così. Lì impari ad arrangiarti perché non è come in Italia dove tra diagonali e altri accorgimenti c’è quasi sempre un compagno che ti dà una mano».

Ci si sente sbandati?
«Diciamo poco protetti. Sapesse le volte che mi sono trovato da solo, uno contro uno, con l’avversario lanciato in porta».

E questo cosa le ha insegnato?
«Ad esempio a essere meno aggressivo nella ricerca dell’anticipo, perché se lo sbagliavo nessuno mi salvava dal prendere gol».

In cosa l’ha migliorata Conte?
«Il suo gioco obbliga i difensori a curare di più la tecnica: l’azione parte da noi, dobbiamo saper passare la palla. All’inizio non è stato semplice, come sempre con le cose nuove, ma con il tempo il piede si affina e tutto si fa più naturale».

Prandelli ha detto che la Juve ha la difesa migliore d’Europa. Esagera per caricarvi?
«Abbiamo subito pochi gol, siamo stati bravi e non mi riferisco soltanto a noi che stiamo dietro. È l’insieme del gioco e della squadra che ha alzato il rendimento difensivo».

Il modello Juve, compresa la difesa a tre, si può esportare in Nazionale?
«Siamo un blocco, questo sì. Ogni squadra segue tuttavia un proprio percorso che non si può stravolgere e in Nazionale ci sono molti giocatori di squadre diverse dalla nostra».

Forse la cosa che avvicina Prandelli e Conte è l’idea di vincere attraverso il controllo del gioco più che dell’avversario. Sono i due simboli del cambiamento nel calcio italiano?
«Si comincia a capire che a livello europeo non si può più vincere con la formuletta dello stare tutti indietro e partire in contropiede. E lo dico da difensore. Vedo più attenzione alla qualità, non solo nelle squadre di vertice: il Catania ad esempio ha mantenuto un atteggiamento offensivo, giocando benissimo».

Il Chelsea sembra smentirla.
«Di Matteo ha avuto meno di 4 mesi per lavorare, non poteva inventarsi chissà cosa».

Nel 2006 l’Italia arrivò al Mondiale senza il ruolo di favori ta. Vede un’analogia con questa Nazionale?
«Anche allora c’era un blocco della Juve, la diversità è che c’era gente più abituata a giocare ad alto livello. La differenza deve farla la grande voglia di diventare protagonisti».

Con un Barzagli più maturo?
«Avevo 25 anni, ora ne ho 31 e sono cambiare moltissime cose nella vita. Ho una compagna, sono nati due figli, che significa meno spensieratezza e qualche notte in bianco. Sono contento così».

Fonte: La Stampa (articolo a frma di Marco Ansaldo)

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